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Gianna Gheich nata a Trieste, vive e lavora a Pavia. Ha frequentato il laboratorio di ceramica di R. Maddalena presso la Certosa di Pavia. Si è specializzata, in seguito, in vetrofusione e affresco. Da sempre sperimenta l’uso dei materiali più disparati, fino ad acquisire una matura e consolidata tecnica scultorea personale. Nelle sue opere, spesso con un’anima di rete metallica, si stratifica ogni tipo di contaminazione: ferro, cemento, vetro fusione, ceramica, catrame, lattine, smalti, ecc. Ha esposto i suoi lavori in mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Ha partecipato alle Mostre Mercato di Torino, Udine, Padova e Bologna. Le sue opere si trovano in permanenza al museo del castello di Revere (Mantova).

Gli indifferenti di Gianna Gheich
I lavori di Gianna Gheich sono costituiti da materiale di recupero ma questa scelta non è dovuta solo alla volontà di porre l'accento sul problema ecologico e sulla crescente carenza di materia prima in un pianeta depauperato delle sue risorse. Le sculture e le composizioni polimateriche di questa artista parlano dell'uomo nel momento in cui si confronta con il suo operato, nell'epoca in cui il corpo e lo spirito si disgregano entrando in uno stato avanzato di crisi coscienziale. L’essere post-moderno fatica a trovare un futuro plausibile. La scissione tra volontà di forgiare l’ambiente in cui vive, per renderlo meno ostile e disagevole, e la consapevolezza schizofrenica che tutto ciò porta a delle conseguenze devastanti, si concretizza nelle opere di questa artista attraverso la frammentazione delle parti, la comparsa/scomparsa degli elementi costitutivi, in un gioco continuo tra dubbio e certezza. I corpi modellati con l'ausilio di ferro, reti, poliuretano, catrame, sembrano a primo impatto aver perso consistenza traforandosi, scomponendosi come segno di un'acida dissolvenza, di un'inquinante pensiero che pervade le membra esauste. Paradossalmente in un'epoca dove la comunicazione è imperante e tutto va detto, esternato, puntualizzato sui social network piuttosto che nelle chat o nei forum telematici, l'uomo si ritrova a vivere un profondo momento d'isolamento, d'incapacità di reagire, di decidere della sua vita. Imbarazzato dai suoi bisogni e goffo nel tentativo di esternarli, l'essere umano cerca consolazione in una vita parallela, virtuale, dove si sente al sicuro da giudizi, frustrazioni, confronti dolorosi. I manichini di Gianna Gheich sono rigidi e indolenti, come figure la cui assenza emotiva fa approdare a una dimensione di impotente stasi. Questa condizione porta a una progressiva smaterializzazione del corpo fisico che gradatamente perde consistenza fino a mostrare l'ossatura che lo sostiene. Attraverso le maglie porose delle sue rappresentazioni esistenziali l'artista fa filtrare tutto il disagio dell'uomo contemporaneo, attore inespresso di un teatro irreale, dove tutto accade e niente sembra toccarlo o coinvolgerlo, spettatore disattento delle altrui vite. All'ignavia apparente però si lega un messaggio di speranza, l’affettività guida l’uomo nel tortuoso labirinto delle scelte. La costante ricerca dell’altro gli servirà a rompere il muro di gomma e a lanciare il proprio urlo di aiuto? Solo chi non rimarrà indifferente al messaggio di queste opere potrà scoprirlo.
(Testo critico di Cristina Guerra)